Ringrazio anticipatamente chiunque vorrà arricchire queste pagine con un commento.
Chiedo solo a ciascuno il buon senso di evitare espressioni che possano risulate offensive per qualsiasi altro visitatore.

martedì 1 gennaio 2013

Sereno 2013!




Fin dal primo mattino il sole splende freddo sulle mura luccicanti di brina come cipria glitterata sul volto di una ragazza ancora vestita a festa.
Treviso si sveglia serena dopo l'ultima notte di un anno bisesto che è scampato alla fine del mondo col sorriso beffardo di chi si prende gioco della cattiva sorte.   
Un leggero scalpiccio sotto i portici in Calmaggiore ritma i passi dell'uomo che avanza senza fretta.
Con un leggero cenno del capo ricambia il saluto del cameriere che sistema i tavolini all'esterno delle vetrate del bar in piazza dei Signori e continua il suo cammino gurdando avanti a sé, non fisso come a precorrere il traguardo, ma piuttosto alla maniera di chi  insegue la sua meta con quieta determinazione, senza sottovalutare il piacere del cammino. 
A lui Treviso piace assaporarla così, silenziosa e vigile nel chiarore della mattina ancora assopita, con davanti a sé la giornata lunga e fruttuosa di chi non ama poltrire oltre l'alba. 
Con un lungo respiro compiaciuto si sazia di un sorso d'aria fredda passandosi la mano inguantata sulla guancia ben rasata  come a raccogliere un pensiero.
Il primo mattino dell'anno... 
La mattina di tutte le mattine. Ed è serena...
Non chiede altro. 
E altro non si sente di augurare...
Se non un po' di serenità.
Un po' di serenità come strumento per affrontare l’anno che viene qualunque cosa esso porti. 
Un po’ di serenità per chi la cerca.. 
Per chi ce l’ha che non la debba perdere... 
Per chi non si accorge neppure di non averla e la fa pagare agli altri. 
Un po’ di serenità per chi ha bisogno di credere in un mondo migliore senza spaventarsi troppo di questo, perché serenità è anche accettare l’inevitabile… 
Così, semplicemente: un po’ di serenità...
AUGURI.

domenica 23 dicembre 2012

Non è figlio di un falegname...

In un paese, pieno di contraddizioni come la neve sulle palme finte di un presepio, una notte è nato un bambino.
Non è figlio di un falegname perché di falegnami in quel paese non ce ne sono più: se qualcuno ha bisogno di una nuova sedia, va all'Ikea...
E' figlio di Giuseppe, un operaio giovane e capace, con tanta buona volontà... eppure in cassa integrazione.
Lui quando ha saputo che Maria, la sua ragazza, aspettava un bambino ha avuto paura.
Ne ha parlato con suo padre e si è sentito rispondere che solo un pazzo penserebbe di mettere al mondo un figlio in un paese senza futuro come quello... Come se l'idea di un figlio non rappresentasse già di per sé il futuro.
Certo quel padre non ha mica tutti i torti...
E Giuseppe lo sa benissimo.
Innanzi tutto lui e Maria non troveranno mai un posto dove vivere, e questo non perché in quel paese non ci siano case...
Ce ne sono tante... e molte anche di invendute, ma chi può permettersele senza un contratto come minimo a tempo indederminato!
Poi bisogna pensare alla carriera di Maria, che ha faticato tanto per avere una laurea e ora lavora in un call-center...
E, come se non bastasse, dovranno fare i conti con le bollette triplicate, la benzina alle stelle... e naturalmente la rata dell'asilo nido perché di certo non possono contare sull'aiuto dei nonni che non riusciranno mai ad andare in pensione in tempo!
Ma la verità è che Giuseppe, quella sua Maria, la ama davvero e una notte gli è persino capitato di sognare un bambino che allungava verso di lui  due braccine minute e lui, seguendo un istinto mai provato prima,  lo ha preso tra le sue, di braccia e con queste lo ha avvolto come per proteggerlo.
"Andrà tutto bene," ha detto Giuseppe il giorno dopo alla madre di suo figlio: "me lo ha detto un angelo in sogno".
Così Giuseppe e Maria sono partiti per un viaggio, senza sapere bene dove li avrebbe portati, con quell'incoscenza tipica dei giovani... la sola che ancora permette loro di tenere i piedi ben piantati per terra.
E alla fine... 
Una notte...
E' nato un bambino.
Lui non sa niente di quel paese e delle sue contraddizioni, dorme tra le braccia di sua madre, vegliato da suo padre e non ha paura.
Non è figlio di un falegname,
e neanche figlio di Dio...
O forse sì... di Dio sì,
perché se Dio esiste è amore allo stato puro,
i contratti, i compromessi, le convenzioni... quelli sono degli uomini,
ma  Dio, se esiste, è amore allo stato puro.
BUON NATALE.

domenica 9 dicembre 2012

Un po' di calore.

La spolverata di neve sulla campagna è dolce come lo zucchero a velo sul pandoro di Natale ed il bambino se ne riempie gli occhi goloso, ancora in pigiama, col naso schiacciato sul vetro della finestra. 
Un gatto avanza guardingo sul tetto di fronte, decorando con le sue orme una 'candida tela' appena drappeggiata dalle tegole, elegante e fiero come se fosse consapevole della sua arte.
In strada qualcuno cammina lesto, sull'asfalto bagnaticcio e un rapido susseguirsi di saluti frettolosi  sbuffa fuori da labbra umide e gote arrossate.
L'uomo fermo sul bordo della via, fissa la campagna rapito da quell'inganno: la luminosità del bianco che scalda lo sguardo ed  un'essenza fredda che gela il sangue sulla punta delle dita. 
Gli ricorda una donna bellissima che ha amato... molto, ma dalla quale non ha mai ricevuto altrettanto.
Lentamente torna sui suoi passi, raggiunge la porta di casa, sbatte i piedi per scollare dalle scarpe la neve raccolta sul vialetto, gira la chiave nella toppa con mani intirizzite, spalanca l'uscio e si affretta a richiuderlo alle sue spalle.  
Improvviso lo raggiunge il tepore dei caloriferi, il vociare dei bambini, lo sfrigolio del pranzo sui fornelli e un saluto un po' distratto dalla consuetudine... 
L'uomo trae un profondo respiro e gode silenzioso di quell'attimo di beatitudine, conscio di quanto, l'aver sperimentato il gelo, ti faccia apprezzare un po' di calore.


sabato 1 dicembre 2012

FIUME TANARO (novembre 1994)

Il fiume canta e le sue acque danzano tra i sassi.
Il fiume mormora e le sue acque riposano calme assopite nel sole del pomeriggio.
Il fiume urla arrabbiato  e scuro in volto, come un padre che rimprovera i suoi figli... Ed i figli lo temono.
E' il Tanaro: rispettato dalla saggezza dei vecchi, ammirato dall'intraprendenza dei giovani, incensato dalle stravaganze dei pescatori, ignorato dai più: è lì da sempre e per sempre, inevitabile ed eterno come la pioggia di marzo e il sole di agosto.
Piove, piove da alcuni giorni. Piove forte come neppure i vecchi si ricordano di aver visto.
I ragazzi, sul parapetto del ponte, guardano la furia delle acque che si fa sempre più minacciosa, cercando di immaginare fino a che punto andrà avanti la cosa. Ma sono ben lontani dall'immaginare la verità. Trovano quell'esperienza eccitante: in fondo, in quel buco di paese non succede mai niente.
Due giorni dopo, nessuno, neppure il giovane più incosciente riesce ancora a trovare qualcosa di eccitante in quello che è successo.
Per due giorni e per due notti i figli del Tanaro hanno visto il fiume invadere le loro case, i loro terreni, le loro attività. Lo hanno visto minacciare le loro stesse vite come il più terribile degli invasori, senza nessun rispetto per bambini vecchi o malati, per convenzioni o crimini di guerra, senza possibilità di appello o giustizia.
Ora la furia delle acque si è calmata, ha smesso di piovere da un bel po' e forse l'incubo è finito... O forse comincia proprio adesso. Arrivano le notizie delle prime vittime, dei tanti dispersi.
Sulla piazza del paese il cronista di una nota testata giornalistica ordina al suo collega di fare delle foto qua e là. Ha cercato di parlare con la gente ma ha ricevuto risposte brevi ed affrettate: nessuno si aspetta che la rinascita arrivi dalla 'ribalta' e tutti hanno fretta di investire in quell'impresa ogni goccia del proprio sudore.
Un vecchio raccoglie i rami di alcuni alberi divelti dalla furia delle acque e trasportati dalla corrente fin nel cortile di casa. Ha dei figli e dei nipoti che si adoperano nelle operazioni di soccorso: lui è troppo vecchio per essere di aiuto a qualcuno, ma non può rimanere con le mani in mano.
-Lei cosa sta facendo?- Lo avvicina il cronista.
-Non vede?- L'uomo parla in un dialetto stretto, senza curarsi del fatto che quel giovane foresto potrebbe non capire. -Metto al riparo questa legna, che almeno serva a far fuoco.-
-Allora il nubifragio qualcosa di buono lo ha portato...-
Il vecchio guarda il giovane cronista incredulo: ha l'atteggiamento spavaldo di chi la sa lunga e si aspetta di arrivare lontano.
-Se è per questo ha anche bagnato i fiori...- Risponde calmo riprendendo il proprio lavoro senza più degnarlo di uno sguardo. C'è poco da scherzare... C'è davvero poco da scherzare.

lunedì 19 novembre 2012

AUTUNNO, UN SABATO DI SOLE.

Oggi la collina è una vecchia signora che ha esagerato con l'ombretto.
Ma non è grottesca, perché i suoi colori li porta con carattere ed ironia (o è solo che agli occhi di chi guarda potrebbe avere ancora vent'anni...)

Il sole lucida il giallo, il rosso, il marrone asciugando a stento le tinte fresche, molli e oleose come in un quadro ancora umido di pennellate e il sussurro pacato del vento tra le foglie secche sulle chiome sempre più rade è una nenia antica che custodisce il sonno di un bambino.

Sotto il berretto di lana fatto a mano che le protegge le orecchie una donna nasconde i capelli tagliati corti e spruzzati di grigio.
E' così che lei ha sempre immaginato la sua vecchiaia, (fin da quando sembrava così lontana...)
Come un autunno tiepido e gioioso che nonostante tutto sapesse accendere sulle sue guance il colore di un'emozione senza tempo, che sapesse far brillare i suoi occhi col luccichio di una lacrima (perché a non soffrire, lo sapeva, non avrebbe mai imparto).
Il sospiro leggero di una foglia che cade nell'aria senza vento è lo sguardo di qualcuno che riconosce in lei i suoi vent'anni, (mai davvero lasciati andare...)
e la mano di un uomo... 
Sì...
Accarezzata da un raggio di sole appena un po' tiepido, oggi quella donna  immagina ancora una mano grande che custodisce la sua... di bambina.
 

sabato 3 novembre 2012

PUZZLE


La donna entra nella casa. In silenzio. 
Da quanto tempo non ci torna?
L'ultima volta c'erano i suoi genitori ad accoglierla, e con lei i bambini a fare festa.
Ora è sola.
Si avvicina ad una finestra e la spalanca decisa.
La luce del mattino inonda la stanza attraversando malinconica l'aria ferma e pesante di polvere.
Lei volge lo sguardo tutt’intorno: la vecchia credenza coi centrini all’uncinetto oltre i vetri smerigliati, il pesante tavolo in legno con la cerata a quadrettoni scolorita dal cif, il televisore spento, i braccioli logori della poltrona, i cerchi scuri della stufa che ancora odorano di caligine.
Tutto ha un sapore famigliare, ma è come se appartenesse a un’altra vita, a quella che ha lasciato diversi anni prima, per seguire la sua strada.
Ne è più fiera, o è più il rimpianto di quello che ha lasciato a stringerle la gola?
Un po’ tutte e due le cose, forse.
Apre lentamente la portina di un armadietto, poi lo richiude senza toccare niente. Fa lo stesso con un cassetto, con l’antina del sottoscala: un frullatore col bicchiere in vetro, un tostapane dalle manopole bruciacchiate, un macinacaffè tenuto insieme con lo scotch.
Passa dalla cucina alla stanza da letto: nell’armadio un abito passato di moda in perfetto ordine sotto la copertura di cellophane, tre grembiuloni di tela a fiori sbiaditi, i pantaloni di velluto con le coste consumate sulle ginocchia.
La donna respira a fondo muovendosi lentamente, è come se il tempo stesso, tra quei ricordi, scorresse ad una velocità diversa dal consueto.
Da dietro lo sportello di un comodino scivolano fuori un mucchio di carte: vecchie bollette insieme con pieghevoli pubblicitari e cartoline illustrate.
C’è tanta roba inutile. Che mette tristezza.
Roba ammucchiata lì per vizio, o per una sorta di paura nel disfarsene.
Roba alla quale nessuno ha mai detto addio, che adesso rimane lì, triste, orfana dei suoi padroni da un giorno all'atro, così come lei, da un giorno all'altro è rimasta orfana dei suoi genitori.
Chiude la porta della stanza con un tonfo netto, uscendo, poi entra in quella che una volta è stata la sua. Il letto è fatto, con le lenzuola stirate.
Alza gli occhi: appeso alla parete, incorniciato come un quadro, c'è un puzzle. 
Glielo avevano regalato quando era bambina, ma non era adatto alla sua età: l'immagine, un mazzo di fiori di campo, è un tripudio di colori senza mai un contorno ben preciso. Per quanto si fosse sforzata non era riuscita a terminarlo se non diversi anni più tardi, quando ormai alcune tessere erano andate perdute.
Aveva sempre rimproverato suo padre che aveva voluto incorniciarlo così, col vuoto di quelle quattro tessere mancanti.
Eppure è bellissimo.
Ci sono momenti nella vita che per un motivo o per l'altro rinunci a vivere, occasioni che non cogli e che non si ripresenteranno. Persone che hai perso o dalle quali ti sei allontanato che ti mancheranno per sempre, anche quando qualcuno prenderà il loro posto.
Perché nessuno può prendere il posto di qualcuno in questa vita: ognuno ha il suo di posto.
La vita è come un puzzle: ti può capitare di perdere qualche tessera e tu non ci puoi fare niente, non sarà mai più perfetto.
Solo bisogna sperare che alla fine di tutto l'immagine che si riesce a vedere non sia poi tanto male.

domenica 16 settembre 2012

Primo giorno di scuola

Ottobre. (Una volta si usava così).
L'aria profuma di pioggia e l'autunno ha già elargito generose pennellate di colore alla campagna circostante; sul marciapiede le foglie cadute frusciano piacevolmente sotto le suole del ragazzino che saltella letteralmente appeso alla mano di mamma.
Nella cartella che gli balla sulla schiena ha chiuso un sogno, un sogno che non ha mai detto a nessuno, neppure alla mamma o al nonno, né a tutti quelli che gli hanno chiesto "cosa farai da grande?"
E' il sogno di un futuro tutto suo che ancora non sa descrivere ma che comincerà a costruire proprio oggi: il suo primo giorno di scuola...
Gli alberi dei giardinetti sono spogli, ma quel tappeto di foglie colorate dà un senso di calore mentre quel frusciare allegro sotto i piedi gli parlerà sempre, anche in futuro, di fogli bianchi e di pastelli colorati di un libro che profuma di inchiostro e di una maestra piccola piccola con uno sguardo dolce.
La mamma accelera il passo, su per la via del centro, lasciandosi alle spalle le foglie col loro linguaggio mentre il tip-tap delle suole sul selciato sa di solitudine ed il primo giorno di scuola comincia a fare un po' paura . 
Ecco, ci siamo: il bambino alza lo sguardo su quel caseggiato che appare così grande e misura quel portone che sembra così pesante...
La mamma sorride: -Coraggio...
E dolcemente lo accompagna oltre la soglia delle sue prime responsabilità. 

sabato 8 settembre 2012

ORMEA - ACQUERELLO


Il pennello scorre sulla carta umida, leggero leggero, come la nebbia che bagna gli alpeggi di primo mattino, in quelle giornate di settembre che poi si aprono splendide, e spaziano limpide da lassù fino al mare.
E' quasi difficile crederlo, ma ad essere lassù, proprio lungo il profilo di quei monti che svettano alti in un cielo troppo azzurro per sembrare vero, in una mattina come questa si può vedere il mare. E' lontano, molto lontano, ma l'aria tersa te lo porta vicino, tanto che se allunghi un braccio ti pare di poterlo toccare. E' lì, sotto i tuoi occhi col suo blu appena diverso che ti riscalda seppure l'aria, già così pungente, sferzi immutata le tue guance.
Il tratto dei monti aspri e fieri è sfregiato ad est da distese rocciose, scure e misteriose, nell'ombra che piano piano si ritira e sveglia, poco più in basso, il verde dei boschi, sempre più intenso, sempre più brillante.
Da una baita, una chiazza grigia al centro di una radura erbosa che nella luce del mattino appena si distingue, esce un uomo in camicia e si sciacqua la faccia nell'acqua gelida di un abbeveratoio, mentre un cane dal pelo folto ed arruffato si stiracchia indolente sulla soglia. L'uomo si guarda attorno inspirando a fondo: tra poco la stagione sarà finita e potrà tornare a valle. Non sa neppure lui se la cosa gli faccia piacere o se, come ogni anno, quei pascoli finiranno col mancargli, ma non importa, è una bellissima giornata e lui quasi sorride.
Il viottolo, tracciato con un pennello dalla punta molto fine, si ispessisce leggermente a mano a mano che i capricci di creste e tornanti lo accompagnano a valle. Una donna lascia il sentiero per addentrarsi sotto i castagni umidi e profumati. Avanza lentamente, piano piano, un passo dietro l'altro. Scosta con un bastone un mucchio di foglie qua, una felce là, stando bene attenta a dove mette i piedi.  I funghi ci sono, ci sono di sicuro: l'aria è piena della loro fragranza. Ne troverà un bel po' , la donna ne è certa: ne troverà un bel po' perché lei conosce il posto. Lo conosce sì, da tanti anni, anche se non lo rivelerà mai a nessuno, neppure alla figlia, ormai madre lei stessa, che si lascia sfuggire un sorriso quando la sua vecchia esce col bastone e dice: 'vado a prendermi due funghi' così, semplicemente, come se li comprasse al mercato.
Il paese è vicino, ormai. Sulla collinetta quel che resta di un'intrepida fortezza trama nell'aria umida di rugiada e, poco più in basso, i tetti rossi e violacei delle case si stringono l'un l'altro abbracciati come fratelli, sulla sponda del fiume che corre via veloce, allegro e chiassoso.
L'acqua danza tra i sassi e canta cristallina come il cinguettio insistente ed infinito che popola i rami di un salice chino nella sua lenta danza.
Un uomo cammina sul greto sabbioso del fiume lungo un'ansa poco lontana dalla riva. Non è un pescatore. Indossa abiti raffinati e sulla strada ha lasciato l'auto con lo sportello ancora spalancato pronta a ripartire: a portarlo esattamente dove ha bisogno di arrivare entro i tempi previsti, veloce ed efficiente come ogni cosa nella sua vita. Eppure l'uomo ancora indugia, con gli occhi fissi sul riverbero del sole che, filtrando tra i rami, ricama d'oro la superficie dell'acqua. Chissà se i suoi clienti, se le persone importanti alle quali quel giorno stringerà la mano, se le belle ragazze di cui è solito circondarsi, lo immagineranno mai così: prostrato davanti alla bellezza di un luogo come quello, una bellezza che si impara ad amare da ragazzi, correndo ogni giorno lungo quelle rive, quando ancora non ci sono grandi mete da rincorrere, una bellezza che non si smette più di amare, mai più nella vita...
Una pennellata di colore abbozza la sagoma di un treno che sferragliando entra in stazione. Poco più lontano, all'ombra degli alberi che si susseguono pigri nel viale, un vecchio cammina piano mentre un bimbo trotterella al suo fianco calciando pigne. Il vecchio lo guarda intenerito: a casa ha un baule pieno di giochi eppure calcia pigne proprio come faceva lui, da bambino, quando quello era l'unico divertimento che poteva permettersi. Forse dovrebbe dirglielo... Forse dovrebbe raccontare al figlio di suo figlio di quando anche lui calciava pigne, di quando andava a scuola con gli zoccoli intagliati nel legno, oppure di quando, ancora molto giovane, lasciava il paese  per andare a Sanremo ad imparare un mestiere lavorando nel forno. Non sembra neppure essere passato tanto tempo: il ricordo è ancora così vivo, come se fosse successo ieri... E' così, deve per forza essere successo ieri... O sono davvero passati tanti anni... Decine di anni... Decine di anni e una guerra! No! La guerra no! Alla guerra proprio non vuole pensare, non all'odore della polvere, del fuoco, della paura... La fragranza del pane, ecco quella sì  la ricorda bene: il profumo delle pagnotte ben cotte e quel velo di farina che copriva ogni cosa... E l'uva passa, da preparare fischiettando così che il padrone fosse sicuro che i garzoni la mettessero nel paniere e non in bocca.
Il susseguirsi delle auto sulla pennellata scura dell'asfalto lo disturba: lo porta lontano dai suo pensieri. Strano come il bambino, al contrario non sembri farci caso. Il vecchio allunga una mano nodosa ad afferrare quella del nipote prima di attraversare la via. "Ricordo" dice a voce alta  guardandolo negli occhi " ricordo quando mia mamma si raccomandava: 'fai attenzione alle biciclette.'"